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Michelucci

Michelucci e la chiesa di Belvedere

L’architetto Alessandro Suppressa è intervenuto alla presentazione del libro «Non solo Case ma Luoghi» a cura di Marco Bernardi tracciando un profilo di Giovanni Michelucci e del progetto per la chiesa di Belvedere, che ha ospitato l’evento. Ecco il testo del suo intervento.

            La presentazione del libro “Non solo case ma luoghi”, all’interno della Chiesa del Belvedere rappresenta un’opportunità preziosa, in quanto le parole che narrano la figura e l’opera di Giovanni Michelucci si completano nella visione diretta dell’opera.

Giovanni Michelucci affronta il progetto per la Chiesa del Belvedere alle soglie dei settanta anni;  con un bagaglio di esperienze significative non solo come architetto ma anche come uomo. Il lavoro nella Fonderia di famiglia, la tragica vicenda della guerra, le prime opere,  le riflessioni sul tema della nuova città e il legame con la storia, l’insegnamento.

            Arriva compiutamente al tema dell’architettura sacra non solo con un ricco ed eterogeneo bagaglio culturale e disciplinare, ma soprattutto avendo acquisito una profonda conoscenza dell’uomo e avendo condiviso in più riprese le ferite dell’umanità, emerse in particolare dalla devastazione della guerra e dalla povertà sociale.

            Nella chiesa del Sacro Cuore di Maria al Belvedere (1959-61) troviamo l’approdo di una già ampia ricerca architettonica ma soprattutto introduce i temi che Michelucci avrà modo di sviluppare sino alla soglia dei cento anni.

            Un intervento a scala di quartiere che presenta molte similitudini con quello del Belvedere è sicuramente quello di Larderello (1956-58). L’area insiste su un sito industriale danneggiato e nel 1954 Michelucci fu incaricato di coordinare un gruppo di progettazione per studiare il piano urbanistico e la progettazione di nuovi edifici Ina Casa per le maestranze, attrezzature pubbliche e la chiesa; questa, da lui progettata, rappresenta anche in questo caso il fulcro che contribuisce a rafforzare il senso del quartiere, nonostante il suo inserimento in un tessuto paesaggistico anziché urbano.

            Belvedere rappresentava un’area  distante dalla città, poteva essere più naturalmente intrapresa un’impostazione progettuale dal sapore vernacolare mentre invece gli amministratori, in maniera illuminata, incaricano le figure più prestigiose e aggiornate della cosiddetta “scuola fiorentina” che vedeva in Michelucci la figura guida e in quelle di Leonardo Savioli e di Leonardo Ricci i profili  più emergenti e rappresentativi. Con questi protagonisti viene così scritta una delle pagine più significative dell’architettura moderna a Pistoia che a distanza di oltre sessanta anni mantiene il carattere di quartiere e non di periferia come invece è accaduto per molti altri insediamenti di edilizia popolare.

            La chiesa di Michelucci (1959/61), oltre a rappresentare il polo attrattivo e simbolico del quartiere, è un’opera sacra innovativa che anticipa gli orientamenti del Concilio Vaticano Secondo (apertura ottobre 1962) e i temi costruttivi e spaziali che troveranno piena maturità nell’opera più rappresentativa del maestro pistoiese, la Chiesa dell’Autostrada del Sole realizzata appena quattro anni dopo quella pistoiese. Per comprendere a pieno l’importanza della Chiesa del Belvedere nel panorama dell’architettura sacra, è necessario richiamare il percorso attuato da Michelucci di ricerca interiore verso un rinnovato linguaggio architettonico.

            La sua visione antropologica nasce non da una impostazione intellettualistica dei fenomeni sociologici, ma dal concepire che anche una dimensione di semplice spiritualità può sfociare nella fede; l’uomo può riscattare la propria dimensione materiale, trasfigurando le comuni sconfitte sociali della povertà, dell’emarginazione, della sofferenza in una visione sacrale della vita, dimensione che non può rimanere estranea all’architettura.

            Si potrebbe dire che la prima fase di questo itinerario prende avvio dalla piccola cappella costruita durante la prima guerra mondiale (1916-17) lungo la valle dell’Isonzo, a Casale Ladra e giunge sino alla chiesa di Santa Maria a Larderello in provincia di Pisa (1956 – 58).

            Michelucci, in tutte le sue opere di questo periodo accosta al tema dello spazio sacro elementi della memoria e del luogo vissuto, chiaramente identificabili e comprensibili anche dalla gente più semplice, e tale dimensione umana rappresenta il primo passo per approdare ad una dimensione spirituale.

            La “non architettura” della chiesa di Collina con la sobrietà e i tratti rurali “di un fabbricato sacro che si fa casa di tutti”, la chiesa della Vergine caratterizzata e ritmata dal paramento in laterizio riconducibile al fianco del S. Domenico di Pistoia, quasi a voler portare una eco della storia urbana e religiosa della città in luogo periferico e privo di una precisa identità.

            Infine, Larderello dove forte è il confronto con un paesaggio caratterizzato dai fumi e dai grandi refrigeratori industriali: attraverso il rimando alla forma ottagonale delle grandi torri di raffreddamento, Michelucci esalta l’assemblea e il vibrare mistico della luce filtrata dalle vetrate colorate, offrendo una interpretazione gioiosa dello spazio e contribuendo ad allontanare dall’animo l’onda grigia dei fumi emanata dai soffioni, una chiesa in grado cioè, “di dare significato e valori nuovi alle azioni della vita quotidiana”.

            Con questa opera “forse la più fantastica”, l’architetto raggiunge un livello di eleganza e raffinatezza formale tali da fargli imporre autocriticamente una battuta di arresto: dinanzi al naturale e forse non confessato senso di compiacimento per ciò che è stato realizzato, avverte che quella non è più una dimensione che gli appartiene.

            Attraverso queste esperienze Michelucci comprende che il rapporto tra l’uomo e Dio non può essere intimistico ma in questa alleanza devono partecipare e integrarsi tante dimensioni: l’architettura e la natura, lo spazio sacro e lo spazio urbano e il paesaggio, quasi come l’opera architettonica sacra, fosse la continuazione naturale del processo creativo divino.

            Questa seconda fase prende chiaramente le mosse, come già detto, dalla contenuta ma importantissima chiesa del Belvedere, per la cui realizzazione occorre essere grati, oltre che all’autore, anche ai responsabili ecclesiastici di quel tempo che non hanno indugiato nella realizzazione. A cavallo degli anni ’50 e ’60, questa nuova consapevolezza di Michelucci matura grazie ai numerosi rapporti di amicizia e di scambio culturale con alcune personalità del mondo cattolico fiorentino, attente al vento rigenerante e ricco di stimoli degli anni che preparano il Concilio Vaticano II.

            Questo processo trova la massima concretizzazione nella chiesa più famosa, quella dell’Autostrada del Sole, che provocò scandalo in quanto rompeva con una prassi funzionalistica, per cui ogni spazio doveva essere ben definito e preciso e in cui sembrava “che l’uomo non potesse entrare con tutta la propria umanità”. Si rese necessario l’intervento illuminato di Papa Giovanni XXIII per superare le perplessità e i dubbi dei settori più tradizionalisti.

            Ma oltre ai temi di ordine sacro la Chiesa del Belvedere è intrisa di desiderio di città e ancora oggi è il prolungamento naturale e caratterizzante del quartiere. 

            La lezione di Michelucci e quella del Belvedere è ancora viva e piena di potenzialità che sta a noi raccogliere e tradurre i nuovi racconti della Nuova Città.

Alessandro Suppressa

Ufficio stampa | 18 Giugno 2025 - 11:03 am
18 Giugno 2025 | Ufficio stampaPubblicato in: Apertura, In evidenza, NotizieArgomenti: Antonio Cariglia, Fondazione F. Turati, Fondazione Turati, pistoia

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