La politica e l’ideale socialdemocratico, la storia e la memoria, la dimensione locale e quella globale. A Pistoia si è tenuta la presentazione del libro “Le parole e le cose” di Simone Fagioli.
A Pistoia la sala Maggiore di Palazzo comunale ha ospitato, lo scorso 31 gennaio, la presentazione del libro “Le parole e le cose. Antonio Cariglia nei consigli comunali di Pistoia e Firenze (1956-1980)” di Simone Fagioli (Effigi 2024), dedicato al percorso politico del leader socialdemocratico Antonio Cariglia nei territori di Pistoia e Firenze. L’evento, realizzato con la compartecipazione del Comune di Pistoia nell’anno di Pistoia Capitale italiana del libro 2026, è stato per noi particolarmente significativo: la Fondazione Turati, nata per volere di Cariglia proprio nel periodo preso in esame dalla pubblicazione, lo ha promosso anche quale prima occasione di festeggiamento del 60° anniversario dalla sua costituzione. All’apertura dei lavori, in rappresentanza dell’amministrazione, è intervenuto il consigliere comunale Giampaolo Pagliai, insieme all’editore Mario Papalini e a Giancarlo Magni, presidente Fondazione Turati. Subito dopo hanno preso la parola Simone Fagioli, saggista e autore del libro, e Danilo Breschi dell’Università degli Studi internazionali di Roma, con Luciano Pallini (direttore Centro studi Fondazione Turati) a moderare la discussione.
Riportiamo con l’occasione due interventi dei due relatori raccolti a margine dell’evento.
Afferma così Danilo Breschi:
«L’uomo che incarnò l’ideale socialdemocratico. Così potremmo definire Antonio Cariglia. La sua biografia politica, di cui Simone Fagioli con tenacia di archeologo e acume di antropologo ha ricostruito le prime prove tra Pistoia e Firenze, corrisponde esattamente alla parabola compiuta dalla socialdemocrazia nell’Europa del secondo Novecento. Un cammino di crescita che, grazie a persone come lui, ha fatto sì che sin da subito la ricostruzione postbellica italiana fosse, al pari di quella tedesca e britannica, ancora prima della francese, capace di coniugare libertà e sviluppo con politiche di solidarietà ed equità. Case, scuole, ospedali. In una parola, il welfare. La scelta atlantica di Giuseppe Saragat, maestro e guida politica per Cariglia, consentì che un pezzo di socialismo, coniugatosi dialetticamente con democrazia parlamentare ed economia di mercato, contribuisse all’edificazione delle nostre fondamenta repubblicane. Da Pistoia all’Europa, da consigliere comunale a deputato europeo, passando attraverso numerose legislature e incarichi parlamentari, Cariglia ha speso una vita di fecondo impegno politico e sociale che i suoi concittadini avrebbero dovuto riconoscere per tempo, quand’era ancora in vita, tributando maggiori onori per le tante opere realizzate a beneficio della comunità locale. La sua statura morale e politica merita di essere recuperata da ulteriori studi e iniziative, che rinnovino un’eredità fatta di idee che alimentano opere. Una lezione quanto mai utile per la politica contemporanea, sia locale che nazionale».
Si intitola La Memoria, invece, la riflessione condivisa da Simone Fagioli dopo l’incontro:
«Raccontare “Le parole e le cose”, e la sua costruzione avvenuta nell’arco di quasi cinque anni di ricerche, significa inevitabilmente fare appello alla “memoria”. Il luogo scelto dalla Fondazione Turati a Pistoia, la Sala Maggiore del Palazzo Comunale, richiama direttamente gli anni dei consigli di Antonio Cariglia e il 1956, un anno intriso di una storia complessa e stratificata.
La memoria, in senso ampio, rappresenta un valore multiforme e difficile da definire: basti pensare ai cittadini le cui abitazioni sono state coinvolte recentemente nella frana di Niscemi, che possono tornare per pochi istanti nelle proprie case, accompagnati dai vigili del fuoco, solo per recuperare in fretta qualche oggetto, ovvero brandelli di ricordi. Così come accade agli ex abitanti di Pripyat, la città ucraina al servizio della centrale nucleare di Chernobyl, i quali, ogni 1° maggio, possono rientrare nelle case abbandonate precipitosamente il 27 aprile 1986, per un breve ritorno alla loro storia interrotta.
Questi legami, così intricati, ci mostrano quanto sia complessa anche la costruzione e la selezione della memoria stessa: un lavoro che ho svolto consultando tutti i documenti dei consigli comunali di Pistoia e Firenze dal 1956 al 1980. Alla fine, ciò che sopravvive è proprio la memoria, intrecciata indissolubilmente con idee e fatti che ne costituiscono l’ossatura.
Quell’intreccio, quella politica, ci appaiono oggi lontanissimi dal presente, in uno scarto profondo tra ideologia e azione. Una distanza così marcata che sembra quasi impossibile misurare la differenza con l’attualità: pare quasi che quella politica si sia condensata attorno a una sorta di “distopia”, un universo parallelo più che un semplice passato distante.
Così, anche attraverso un esercizio di stile – su cui sto lavorando in un romanzo – immaginare la conclusione del rapimento Moro non con la morte dell’ostaggio ma con la sua liberazione, e con Antonio Cariglia che si interroga sul futuro dell’Italia, si inserisce perfettamente nelle riflessioni sul tema della memoria, così come emerge in “Le parole e le cose”. Un libro che ho costruito sulla metodologia archeologica di Michel Foucault, che offre la possibilità di rileggere la storia della Toscana e dell’Italia in una dimensione più ampia, inserita in una rete globale, e non relegata a un semplice momento “politico” locale».






