In occasione della presentazione a Pistoia del volume “Le parole e le cose” dedicato a Antonio Cariglia nei consigli comunali l’autore, Simone Fagioli, accenna a qualche riflessione sul valore della ricerca antropologica sulla politica e sulla figura di un riformista concreto.
Un ritorno a Pistoia, tra memoria e attualità.
Il prossimo 31 gennaio sarò a Pistoia, in quella sede comunale che lo ha visto esordire nella politica attiva, per presentare il mio volume dedicato ad Antonio Cariglia e alla sua attività nei consigli comunali di Pistoia e Firenze: S. Fagioli, Le parole e le cose. Antonio Cariglia nei consigli comunali di Pistoia e Firenze (1956-1980), Prefazione Giancarlo Magni, Introduzione Danilo Breschi, Arcidosso, Effigi, 2024.
Scrivere per SoloRiformisti una breve nota in vista di questo appuntamento mi offre l’occasione ideale per provare a riordinare le idee, non tanto su quello che vorrei dire in quell’occasione, quanto sul senso del mio lavoro di ricerca e narrazione su Antonio.
Vorrei condividere qui il percorso che mi ha portato a scrivere il libro e, soprattutto, il motivo per cui ritengo che la figura di Cariglia non debba essere confinata nella teca della nostalgia, ma interrogata come un esempio di metodo politico ancora straordinariamente vivo.
Un metodo di ricerca: tra antropologia e politica.
Ma c’è anche un altro metodo, quello che ho utilizzato per scrivere.
Allora brevemente partiamo da questo, perché la genesi di un libro spesso racconta molto più del suo indice. Quando ho iniziato a lavorare a questo testo, che non a caso ho voluto intitolare Le parole e le cose con un esplicito rimando al pensiero del filosofo francese Michel Foucault, controverso quanto attuale, avevo chiaro che non volevo scrivere una biografia tradizionale.
Era per me una sfida, metodologica, con l’idea chiara di applicare l’analisi socio-antropologica alla politica locale.
Non mi interessava aggiungere un altro “santino” alla galleria dei padri nobili della politica italiana, operazione che spesso finisce per imbalsamare i protagonisti invece di restituirceli vivi. Volevo piuttosto indagare sulla distanza, talvolta siderale, che separa il linguaggio della politica dalla realtà tangibile dell’amministrazione e per paradosso, anche viceversa. E anche analizzare come un uomo ben definito in un partito “politicamente perdente” sia risultato “storicamente vittorioso” nelle idee, come ben illustra nell’Introduzione Danilo Breschi.
La grammatica degli ephemera: biglietti, note, gesti.
Oltre le fonti istituzionali, che comunque ho trattato in modo originale, un punto di partenza è stata la “immersione” in quelli che ho chiamato ephemera, ovvero tutti quei materiali transitori, destinati spesso al cestino – e per questo non facili da reperire – che però conservano l’impronta di un’epoca meglio di qualsiasi verbale ufficiale.
Operazione questa puramente antropologica, con la massima attenzione all’analisi visuale dei documenti, nella linea di quella antropologia che ha avuto in Italia il suo più rilevante esponente nell’antropologo Paolo Chiozzi, mio maestro.
Ho cercato dunque tra i volantini, fotografie, le note a margine scarabocchiate a penna su qualche cartolina ricordo di congressi, una lettera inedita di Antonio, le linee di un percorso. È in questi dettagli che emerge la “grammatica” politica di una stagione irripetibile. Penso, ad esempio, all’emozione provata nel ritrovare un biglietto di auguri natalizio in cui il simbolo dell’unità socialista era stato cancellato con un tratto di penna violento, quasi rabbioso. Quel singolo gesto grafico raccontava il doppio dolore della scissione di Palazzo Barberini e l’unione, fallita, con il Psi, raccontava la fatica umana della militanza molto più di cento pagine di resoconti congressuali. Allo stesso modo, rileggere certi volantini del Psdi in cui ci si rivolgeva all’elettore in modo diretto e pratico mi ha restituito la freschezza di un linguaggio che cercava di parlare alla coscienza individuale prima ancora che alla massa indistinta.
Cariglia in consiglio: le parole che diventano cose.
È applicando questa lente d’ingrandimento ai resoconti verbosi dei consigli comunali che emerge la figura di Antonio Cariglia, specialmente se osserviamo il suo operato a Pistoia tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta. E qui veniamo al cuore della riflessione sul suo valore attuale. Rileggendo gli atti dei consigli e confrontandoli con le realizzazioni pratiche, si scopre un uomo per il quale il riformismo non era un’etichetta da esibire nei salotti, come qualcuno voleva assolutamente mostrare, ma una pratica quotidiana, faticosa e costante. Cariglia incarnava una politica che non si accontentava delle parole, ma pretendeva le “cose”. Politica intesa in senso ampio, perché soprattutto nella Pistoia tra la fine degli anni Cinquanta ed i Sessanta nei consigli si dibatteva molto, con voto poi unanime, di reti di servizi diffusi e netti: scuole, telefoni, acqua, in paesi, borgate, che venivano così connesse alla “modernità”, concretamente.
Un posto telefonico pubblico aveva un significato enorme. Oggi la comunicazione è incredibilmente mobile, negli anni Sessanta era statica, in una cabina telefonica, che però era non un mondo, ma il mondo.
E comunque l’esempio più lampante di questa attitudine è impegno di Antonio per l’edilizia popolare, in particolare per il Villaggio Belvedere a Pistoia. In un’epoca in cui la demagogia spesso prevaleva sulla pianificazione, Cariglia, forte anche del suo ruolo nello Iacp, non si limitava a discutere di metri cubi o di assegnazioni. Il suo approccio rivelava una profonda empatia amministrativa. Quando parlava di case, non parlava solo di muri, ma di dignità, di servizi, di spazi per la socialità. La sua visione urbanistica era intrinsecamente umanista: costruire un quartiere significava per lui tessere una comunità, garantendo a chi vi abitava non solo un tetto, ma la possibilità di sentirsi cittadino a pieno titolo, con prima di tutto una rete di servizi concreti, pronti già alla consegna delle chiavi: negozi, bar, una chiesa, vie già definite. È questa la lezione che trovo sconvolgente per la sua attualità: la capacità di tradurre un ideale alto in un benessere concreto e misurabile per le persone.
Il coraggio delle idee: dall’Ungheria a Moro.
Questa concretezza non era mai disgiunta dal coraggio delle proprie idee, anche quando queste erano impopolari. Penso alle sedute del consiglio comunale del 1956, nei giorni tragici della rivoluzione ungherese. Mentre gran parte della sinistra si rifugiava in imbarazzati silenzi o in giustificazioni ideologiche, Cariglia portava in aula la voce del dissenso, chiedendo che Pistoia prendesse posizione, magari intitolando una strada ai martiri di Budapest. Rileggere oggi quei verbali restituisce la statura di un uomo che sapeva guardare oltre il confine del proprio comune per abbracciare le grandi questioni della libertà e dei diritti, senza mai perdere di vista il marciapiede sotto casa o l’efficienza dell’acquedotto.
In definitiva, quello che vorrei emergesse a Pistoia il 31 gennaio non è il ricordo polveroso di una “vecchia politica”, ma la vitalità di un metodo. Cariglia ci insegna che l’empatia non è debolezza, ma la precondizione per capire i bisogni della gente. Ci insegna che la pazienza del “fare” vale più dell’urgenza del “dire”. La sua era una capacità di lavoro innata, quasi artigianale, che rifuggiva l’applauso facile per cercare il risultato duraturo. In un tempo come il nostro, dominato dalla velocità e dalla superficie, recuperare la lezione di Antonio Cariglia significa riscoprire che la politica migliore è quella che sa unire la visione del domani alla cura meticolosa dell’oggi.
Questo non toglie che avesse anche una visione chiara dei grandi temi istituzionali: se i fatti di Ungheria possono indirizzarsi all’ideologia, pur questa definizione non corretta sino in fondo, il suo intervento su Aldo Moro al consiglio comunale di Firenze dopo il rapimento, il 21 marzo 1978, è un documento di alto valore, dove l’ideologia non trova casa e tutto si addensa in una “emergenza” che era stessa politica
“Ora e troppo facile, secondo me, andare a cercare o dilettarci a cercare matrici di questi mali recenti dentro e fuori dai confini del paese. È una specie di deviazione dall’obiettivo che noi stiamo – probabilmente inconsapevolmente – mettendo in atto, quando invece noi dovremmo avere il coraggio (e quando dico noi dico tutti noi, a cominciare da chi vi parla) di fare un minimo di autocritica davanti alla gente. Questa autocritica la si impone anche perché i protagonisti sono gli stessi, da 30 anni a questa parte, al di qua ed al di là dei due campi nei quali è stato diviso il paese, e gli stessi non possono far due parti contemporaneamente: non possono essere stati – diciamo – indenni nel far funzionare la struttura dello Stato, e nello stesso tempo essere credibili quando dicono che vogliono essere rigorosi ed energici…”
Debiti d’affetto: storie che si intrecciano.
Il libro ha avuto una genesi lunga, dal 2019 al 2024, intrecciata e rallentata con la pandemia che mi ha spesso impedito le ricerche d’archivio, pur con la consolazione e l’affetto di pubblicare il libro in sintonia con il centenario della nascita di Antonio.
E in un tempo così lungo, per il mio modo di lavorare, altre storie si sono intrecciate, purtroppo in modo triste, con la scomparsa di due figure alle quali il libro è dedicato, senza la possibilità che lo abbiano letto: Sergio Caruso, scomparso nel 2021, figura “molteplice” di filosofo, storico, psicologo, con il quale mi ero intrecciato in chiacchierate di metodo e linee di analisi e Nicola Cariglia, fratello di Antonio, scomparso a settembre 2022, quando ero già al lavoro per la revisione di quanto avevo scritto, e che appunto non ne ha letto la fine.
Questi sono debiti come si dice, ma debiti di affetto, che sono necessari oggi per scrivere, per intrecciare una nuova antropologia con il mondo reale, compreso quello della politica.
And in the end
the love you take
is equal to the love you make
The Beatles, 1969
Simone Fagioli

